One Year è un progetto fotografico (auto) biografico che racconta l’ultimo anno di vita di mio padre.
Quella qui in alto è solo una delle immagini di One Year. Il progetto completo è qui.
Non so come dirlo.
Perché è così incredibilmente inaspettato che mi mancano onestamente le parole.
Sono finalista ai LensCulture Portrait Awards 2026.
E lo sono con un lavoro per me difficilissimo, realizzato con l’unico strumento che avevo in mano, cioè un iPhone.
Come alcuni di voi sanno, per me è stato emotivamente impossibile parlare dell’ultimo anno di vita di mio papà.
Che equivale anche a un anno intero della mia vita, in cui non ho fatto altro che stargli vicino.
Non sono mai stata brava con le parole, soprattutto quando riguardano quello che provo.
Soprattutto quando c’è un dolore così grande in mezzo.
Sentirsi impotenti di fronte alla malattia.
Vedere una persona che ami consumarsi in un dolore atroce che nessun oppiaceo riesce a sedare.
Vederla perdere, giorno dopo giorno, speranza, forza, consapevolezza, memoria.
Le uniche foto che ho scattato nel 2024/2025 sono state quelle che ho fatto a lui, col cellulare.
Le ho fatte di istinto.
A volte per distrarlo, a volte per farci una risata, a volte per non piangergli davanti.
Spesso per fissare nella mia mente le sue espressioni, per non dimenticare quegli istanti insieme, sempre pregando che non fossero davvero gli ultimi.
Quando se ne è andato ho preso tutte quelle foto e le ho buttate dentro il computer.
Perché averle sul cellulare era troppo.
Poi, riguardandole, mi sono accorta che avevano un senso.
Che quelle immagini erano una storia.
La nostra storia.
E la sua battaglia contro un cancro al fegato metastatico.
Dopo un anno le ho selezionate, pensando che sarebbero rimaste per sempre nel mio cassetto.
Salvo non uscire “protette” dall’autorevolezza di un concorso come questo.
In verità non pensavo potessero arrivare da qualche parte.
Così imperfette.
Così dolorose.
Così grezze.
La psicologa dell’Avapo che mi ha seguito in quei mesi, qualche tempo dopo la sua morte, mi disse che erano immagini che raccontavano l’accompagnamento alla morte.
E che sarebbe stato bello poterle mostrare ai volontari.
Non so se queste fotografie potranno essere utili a qualcuno.
Ma sono l’unico modo che io conosco per raccontare quello che a parole non sono riuscita mai a dire.
One Year è un progetto fotografico sulla memoria, sulla malattia, sul tempo e sulla perdita.
Quindi grazie ai giudici — Katherine Harris Pomerantz (Time), Andrew Katz (The New Yorker), Francesca Marani (Vogue), Ruby Rees-Sheridan (National Portrait Gallery), Nadav Kander, Allyson Torrisi (National Geographic) e Rory Walsh (The New York Times) — che le hanno sapute leggere, comprendere e portare, mano nella mano, fino a questo risultato.
Mio papà sarebbe felice oggi.
Ne sono sicura.
Se volete vedere tutto il lavoro completo cliccate qui.





































































































